Early Music in Bruges

Un Festival ispirato dalla Divina Commedia

Articolo
classica

Anche quest'anno il Festival MA di Bruges non smentisce la sua natura eccentrica, dedicando il suo originale programma ad un percorso ispirato dalla Divina Commedia. Lungi dal voler rappresentare la musica all'epoca di Dante, i diciotto concerti con musiche di diverse epoche storiche che si svolgeranno dal 4 al 13 agosto sono elencati come "Canto I, II, III..” e così via, richiamando nella loro progressione la struttura dell'opera poetica e il viaggio nei regni di Inferno, Purgatorio e Paradiso. Sia il concerto inaugurale che quello di metà Festival sono dedicati alla figura di Orfeo, a rappresentare il regno dell'Ade: il primo di Monteverdi eseguito da Cappella Mediterranea e il secondo, La descente d’Orphée aux enfers di Charpentier, eseguito dall'Ensemble Correspondance.

Nelle note introduttive dei concerti vengono moltiplicati ed enfatizzati tutti i possibili riferimenti paradisiaci e infernali, anche con piccole citazioni delle terzine dantesche. Per esempio il programma dell’orchestra B’Rock attiva a Gand dal 2005 è intitolato “La Casa del Diavolo” e si riferisce al soprannome dato alla Sinfonia n. 4 op. 12 di Boccherini (il cui ultimo movimento è ispirato alla scena conclusiva del balletto Don Juan di Gluck) ma prevede anche l’esecuzione del quartetto d’archi …miserere… di Louis Andriessen, associato alla “ atmosfera ovattata del Purgatorio”, e della “paradisiaca” Sinfonia n. 33 di Mozart. La stessa orchestra, assieme al Chor Werk Ruhr, parteciperà poi alla performance multimediale Earth Diver ideata dal Muziektheater Transparant, nella quale verranno eseguite musiche di Heinrich Schütz (1585-1672) e di Nikolaus Brass (1949) associate ad immagini di una miniera di carbone di Barentsburg nell’arcipelago Svalbard dell’Oceano Antartico. Questo complesso progetto artistico della compagnia diretta da Guy Coolen e Wouter van Looy che ha sede a Borgerhout, il quartiere multietnico di Anversa, prevede anche un monologo e gli interventi della vocalità sperimentale di Phil Minton, e rappresenta una interessante forma di teatro musicale ricca di riferimenti e di contrasti.

Scorrendo il programma colpisce il titolo associato al Canto XIII, Cosmic Sound, ed è quello proposto da una giovane scienziata, Katrien Kolenberg, che suona il violoncello per diletto. Nonostante il suo sguardo e il suo orecchio siano puntati su distanze e frequenze inimmaginabili, nelle sue conferenze e performance riesce a tradurre, con l'aiuto dei suoi disegni e dello strumento, i dati e le teorie scientifiche in una affascinante visione che allo stesso tempo è ludica e poetica, come spiega in questa intervista.

«Cosmic Sound è una performance basata su contenuti scientifici, nella quale il racconto viene fatto anche attraverso suoni e immagini. Utilizzo il mio violoncello, anche se suono per diletto e non ho avuto una formazione musicale professionale. Lavoro come astrofisica, insegnando all'Università di Lovanio e di Anversa, e la mia ricerca è nel campo della astrosismologia, che studia le vibrazioni delle stelle pulsanti. Molte stelle che vediamo brillare nel cielo sono gigantesche sfere di gas incandescenti, e sono talmente cariche di energia che alcune di queste non sono stabili, e vibrano producendo suoni che non possiamo ascoltare. Il suono è intrappolato nell'astro, ma ne vediamo la vibrazione come vedremmo ad esempio una membrana vibrare se percossa, anche senza poter ascoltare il suono che emette».

Come si percepiscono queste vibrazioni stellari?

«Queste stelle risuonano come gigantesche campane. In base alla materia della quale sono costituite le loro vibrazioni possono avere periodi di minuti, ore, giorni, o anni, dunque per l'orecchio umano sarebbero frequenze inaudibili perché estremamente gravi. Nel vuoto il loro suono non si propaga, e c'è una distanza di anni luce tra noi e queste stelle, ma possiamo percepirle attraverso la variazione di luminosità. Quando si contraggono emettono più calore e sono più brillanti, più chiare, mentre quando si espandono, si raffreddano e sono più scure. Possiamo dire che c'è una vera e propria orchestra cosmica nello spazio della nostra galassia».

L'antica idea della armonia delle sfere...

«Nell’antichità l’idea dell'armonia delle sfere generata dai pianeti che si muovono nel cielo ha alimentato la visione filosofica di una musica inaudibile. Pitagora ha messo in relazione ciò che è gradevole acusticamente con i rapporti matematici semplici, e Platone diceva che su ogni pianeta siede una sirena che intona una dolce canzone, in accordo con il moto del proprio pianeta e in armonia con tutti gli altri. Nel XVIII secolo Keplero con le sue leggi ha descritto il moto dei pianeti, e da credente riteneva che Dio avesse creato il mondo armonicamente. Nella mia performance lego tutto questo a ciò che la scienza ci dice oggi, e poiché un tempo la musica era parte delle discipline del Quadrivium, credo si debba ristabilire un legame fra arte e scienza».

Per far sentire in che modo le stelle risuonano?

«Le stelle risuonano, ed io cerco di farle ascoltare traducendo la pulsazione della luce. Sono le onde sonore che causano le vibrazioni delle stelle, e nell’universo ciascuna di esse ha il proprio suono. Noi siamo in grado di percepire il materiale di un oggetto dal suono che produce, e così come per uno strumento, ciascuna stella ha il suo timbro, e la sua luce è la conseguenza del suono e ci dice qualcosa sulla sua struttura. Le stelle sono i pilastri costitutivi dell'universo e per capire se ci sono altre forme di vita, è importante capire come funzionano quelli che vediamo nel firmamento solo come piccoli punti di luce. Attraverso i loro suoni e le loro canzoni possiamo comprendere la loro struttura».

Il Canto XIV corrisponde al concerto intitolato Angeli (Caduti). Polifonia mediterranea del XVIII secolo, eseguito dal Ghislieri Choir &Consort diretto da Giulio Prandi, che commenta così il programma nel quale figurano musiche di autori praticamente sconosciuti come Benigno Zerafa (1726-1804) e Giuseppe Jannacconi (1740-1816).

«La polifonia tarda della musica sacra italiana del XVIII secolo è commovente. Si pensa sempre alla musica in senso evoluzionistico, ma in passato c’era una sorta di bilinguismo, si scriveva in stile moderno concertante e si scriveva in stile antico. Sono linguaggi diversi, e naturalmente quello polifonico è stato coltivato e incoraggiato dalle autorità della chiesa ed è rimasto vivo fino alla fine del Settecento»,

Quali sono i caratteri di questa polifonia?

«La polifonia tarda è meravigliosa perché recupera il contrappunto, il gusto della retorica barocca, ma presenta anche voci concertanti con frasi che di fatto sono frasi d’opera, e questi stili si mescolano, come ad esempio nel continuo, formato da un organo e da un violoncello che a tratti diviene uno strumento obbligato. Anche per le monodie gregoriane, grazie alle ricerche di Renato Cadel, cerchiamo di trovare intonazioni che si riferiscano al contesto storico e alla prassi dell’epoca delle musiche che presentiamo. Nel caso di questo concerto ad esempio il Miserere di Jommelli del 1751 i cui versetti prevedono l’alternanza tra intonazione monodica e polifonica. In generale si tratta di un repertorio molto vasto e ricco che diviene quasi scena d’opera. Penso al mottetto In festo Sancti Michaelis Archangeli di Davide Perez, nel quale l’Arcangelo Michele e il drago dialogano fronteggiandosi teatralmente, o al maestro della Cappella Sistina Jannacconi che nel 1815, per potervi eseguire un nuovo lavoro, lo Stabat Mater di Pergolesi che aveva appena ottant’anni…, ha dovuto vestirlo polifonicamente a quattro voci con l’organo. Penso agli Improperia di Zerafa, maestro di cappella a Malta, che durano circa trenta minuti e che vengono accolti dal pubblico sempre con lunghissimi applausi ».

Sono musiche praticamente sconosciute.

«Per scherzare con gli amici, dico che piacciono solo a me, ma non è così, perché si tratta di un repertorio specifico di grande bellezza che praticamente nessuno esegue, e che merita di essere scoperto. Non è così facile da interpretare come si potrebbe immaginare, perché pieno di sottigliezze, e mi fa molto piacere pensare che questo concerto di polifonia tarda sia stato accolto a Bruges, nella terra che è stata la culla della polifonia franco-fiamminga».

Ma a ben guardare nel variegato cartellone del Festival di musica antica brugense per fortuna c’è un concerto che consentirà di ascoltare alcune musiche dell’epoca di Dante, quello proposto da Sollazzo Ensemble, un giovane e interessante gruppo emergente. Al centro del loro programma risalta la lirica trovadorica amata e citata dal poeta italiano (vedi il canto XXVI del Purgatorio che si conclude nell’incontro con Arnaut Daniel *), al fianco delle successive declinazioni polifoniche della poesia cortese e civile come Godi Firençe di Paolo da Firenze, nella quale sono citati i primi tre versi del canto 26 dell’Inferno, Ay schonsolato di Vincenzo da Rimini, e Per quella strada lactea nel cielo di Johannes Ciconia. www.mafestival.be/en/home

* El cominciò liberamente a dire:
"Tan m’abellis vostre cortes deman,
qu’ ieu no me puesc ni voill a vos cobrire.

Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;
consiros vei la passada folor,
e vei jausen lo joi qu’ esper, denan.

Ara vos prec, per aquella valor
que vos guida al som de l’escalina,
sovenha vos a temps de ma dolor!".

Poi s’ascose nel foco che li affina.

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