Disco fiasco

L'atteso ritorno di Giorgio Moroder smarrisce il filo del discorso

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pop

Giorgio Moroder
Déjà Vu
RCA

"My name is Giovanni Giorgio, but everybody calls me Giorgio...". Al suono di quelle parole, un paio d'anni fa, si riaccesero i riflettori sul signor Moroder. Merito dei Daft Punk, che nel best seller Random Access Memory gli concessero una sorta di monologo autobiografico nel brano intitolato appunto "Giorgio by Moroder": un tributo al padre fondatore della disco music, preziosa fonte d'ispirazione per il duo parigino. Da ciò il produttore originario di Ortisei ha tratto slancio per rimettersi in partita, inizialmente nell'insolita veste di dj e poi confezionando il primo album a suo nome da trent'anni a questa parte, uscito infine nei giorni scorsi e accolto con l'attenzione riservata ai "grandi eventi".

Ma è davvero tale? Ad ascoltarlo, non si direbbe. Circondato da star più o meno luccicanti del pop contemporaneo, Moroder smarrisce il filo del discorso. Nel senso che finisce per adeguare la propria cifra stilistica ai canoni vigenti nell'attuale mercato musicale. Accade in episodi quali "Déjà Vu", dove canta Sia, e "Diamonds", architettata intorno alla voce di Charlie XCX, anche se il fondo viene toccato con la versione di "Tom's Diner" - classico di Suzanne Vega datato 1981, già movimentato ritmicamente nel 1990 dai britannici DNA con esiti molto più propizi - affidata al discutibile talento di Britney Spears, mentre le cose vanno un po' meglio con Kylie Minogue, che indossa panni da Madonna nella disco robotica di "Right Here, Right Now", e Kelis, che conferisce grinta R&B a "Back and Forth". Il paradosso è che le tracce (relativamente) più convincenti sono quelle in cui non figurano ospiti e il settantacinquenne Moroder fa tutto da sé: dall'euforica nu disco iniziale di "4 U with Love" al fluido groove di "74 Is the New 24".

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