Dall’Alaska a Vivaldi (sognando la Viardot)

Intervista al mezzosoprano Vivica Genaux, star del barocco

Articolo
classica


«Sono di dappertutto!» risponde divertita se le si chiede delle sue origini. Tre generazioni della sua famiglia coprono un bel pezzo di mondo: i nonni materni vengono dalla Svizzera e dalla Germania, quelli paterni dal Belgio e dal Galles. La madre, nata a Città del Messico, e il padre statunitense si incontrano sulla Queen Mary, in viaggio di formazione verso l’Europa a Basilea e finiscono per stabilirsi in Alaska, a Fairbanks dove Vivica Genaux nasce nel 1969. È in quell’angolo sperduto di mondo, al quale lei è ancora attaccatissima, che Vivica conosce l’arte come mezzo per vincere la depressione di quegli inverni infiniti ma anche per uno scherzo della geopolitica: c’è la guerra fredda e i voli da Europa e Giappone che non possono attraversare lo spazio aereo sopra l’Unione Sovietica atterrano in Alaska. Il loro carico di artisti vieene sollecitato a esibirsi a Anchorage e qualche volta a Fairbanks ed è così che la giovane Vivica conosce artisti di livello internazionale come il flautista Jean Pierre Rampal o la Martha Graham Dance Company e si innamora del palcoscenico. E da lì quella passione la porta nei palcoscenici di tutto il mondo e la impone come una delle interpreti più autorevoli del barocco.

Sono molti i ricordi ai quali Vivica Genaux si lascia andare in un caldo pomeriggio di fine agosto nel “salotto” organizzato a Venezia dal Venetian Centre for Baroque Music nell’ambito dell’annuale edizione del Festival Monteverdi-Vivaldi. In quell’occasione, la mezzosoprano americano, di casa da anni nel nostro paese (il marito è veneto), ha anche accettato di regalare alcuni di quei ricordi ai lettori del gdm.

Sulle prime righe delle note biografiche del tuo sito si trova scritto: “Nativa di Fairbanks, Alaska, il mezzosoprano Vivica Genaux porta lo spirito pionieristico dell’ultima frontiera americana nelle sale da concerto e nei teatri d’opera di tutto il mondo.” Come si traduce questo spirito di frontiera nelle tue scelte artistiche?

«Io sono una che combatte sempre. Quella è la nostra vita in Alaska. A me piace combattere, combattere per quello che vuoi fare. Ogni giorno è una lotta nella nostra carriera. È una gioia, però devi trovare l’energia, la voglia, la fantasia, la magia di quello che vuoi fare. Soprattutto nel mio repertorio, sei sempre alle prese con nuova musica, tante note, con lunghissime arie col da capo e la ripresa che va ornamentata. C’è tanto da fare, c’è tanto lavoro, tanta memorizzazione»

E la scelta di fare musica anche difficile per chi nasce in Alaska …
«In Alaska la scelta di fare musica è soprattutto un modo per passare il tempo. L’inverno dura 9 mesi, con temperature che raggiungono per due o tre settimane –40°, –45° ma anche a –50°, e buio per la maggior parte del giorno (in dicembre abbiamo 3 ore e mezza di luce, che poi è come quella di un tramonto esteso). Tutto questo rende la vita difficile, nonostante i mezzi tecnologici di cui disponiamo oggi. Anche essere donna non è utile da quelle parti: l’Alaska insegna a essere duri. Io ho cominciato con Rosina del Barbiere di Siviglia e Isabella dell’Italiana in Algeri: due donne che non conoscevo nella mia vita laggiù. Persone “inutili”, forse meno Isabella più paragonabile a personaggi dei musical come in Hello, Dolly!, ma sicuramente Rosina con quel suo dipendere dagli uomini … Ho cominciato a addolcire il mio carattere quando sono arrivata in Italia nel 1992. Nelle cinque estati che ho passato a Oderzo per studiare con la mia insegnante Claudia Pinza ho cominciato a osservare la gente. Le ragazze erano molto diverse, curatissime anche per andare al supermercato. In Alaska si vive con i cani, con gli animali, nella natura … non esiste che uno si metta in ghingheri per la attività quotidiane!».

Quando nasce la tua passione per il canto?
«Io ho sempre cantato. Ho anche suonato il violino per 9 anni, ho suonato il pianoforte, ho danzato. Come dicevo, queste attività sono dei passatempi nei lunghi inverni dell’Alaska, un motivo di socializzazione ma anche un modo di esprimersi e sfogarsi. A quelle temperature si viveva sempre rinchiusi: per fare teatro, danzare o suonare in orchestra ci sono moltissime possibilità. Oggi è un po’ cambiato perché è aumentata l’offerta televisiva, c’è internet, ci sono più passatempi rispetto a solo qualche anno fa, il che è un vero peccato perché quelle attività erano belle, costruttive e utili. Utili perché ti facevano crescere, più che non giocando con un computer.»

Come sei arrivata al repertorio barocco?
«La mia prima opera barocca è arrivata nel 1995, Ariodante all’Opera di Dallas, con un’orchestra moderna e in un teatro vastissimo. È un’opera complicata: la sezione A delle arie è in tre parti mentre la sezione B è in due parti e quindi hai 3, 2, 3 e dei fiati che non finiscono più! Avrei dovuto indossare i costumi della Troyanos, che però era enorme e quindi avrebbero dovuto rifarli, compresa l’armatura. Non ero molto sicura del risultato e perciò dissi che non valeva la pena rifare l’armatura nella convinzione che mi avrebbero cacciato via. Invece andò bene. Fra l’altro, dopo tre anni di Rossini, ero a un bivio: tutti mi dicevano che dovevo tentare altre strade ma non sapevo bene quali. Allora chiesi un incontro con Matthew Epstein, che allora lavorava ancora agente, prima di diventare direttore artistico dell’Opera di Chicago. Dopo aver ascoltato la mia storia, Matthew mi disse: “Tu devi cantare Hasse”. E io: “ Cos’è?” Dopo un mese già ero stata invitata a un’audizione a Berlino con René Jacobs per Solimano di Hasse. Era il dicembre del 1997 e nel 1998 a Berlino già debuttavo nel ruolo. Quella è stata la prima volta che sentivo suonare un’orchestra con strumenti originali, il Concerto Köln.»

… la stessa orchestra con la quale presto farai il “Catone in Utica” di Vivaldi a Colonia
«Dopo quel Solimano sono diventata una fan di quell’orchestra e una della famiglia di Concerto Köln. Per me hanno aperto quella famosa porta, quella che Dorothy Gale nel Mago di Oz apre e vede il mondo in technicolor per la prima volta. Per me è stato così quando ho lavorato con un’orchestra con strumenti originali e con un musicista come René Jacobs. Io non sapevo niente di musica barocca e lui mi ha insegnato tutto. René fa un lavoro incredibile con i cantanti: prepara tutti gli ornamenti a tutti e lavora moltissimo sui recitativi. Con lui abbiamo lavorato diversi progetti: il Solimano un paio di volte, e poi il Rinaldo in Francia e a Innsbruck … Le prove, che duravano relativamente a lungo, sono state occasioni davvero preziose per imparare. Per me è stata quella la scuola per il barocco. Dopodiché impari che ogni direttore è diverso, che ognuno ha esigenze diverse e cominci a essere malleabile come interprete, una qualità che credo ogni cantante dovrebbe sviluppare.»

Fra i vari musicisti con cui hai collaborato a lungo c’è anche Fabio Biondi: come funziona la vostra collaborazione? «Fabio mi piace moltissimo. Fra lui e René ci sono più similitudini che differenze. Molti direttori del barocco sono cembalisti, mentre Fabio è un violinista (e René un cantante): capire il fraseggio di un cantante per un violinista è diverso che sentirlo da una tastiera. Fabio in più ha anche uno spessore umano e culturale non comune: ti spiega la storia, l’importanza del pezzo che stai studiando, del luogo nel quale ti trovi e così via. E ti sprona a fare più di quanto tu stesso pensi di riuscire a fare. Barocco a parte, con lui abbiamo fatto I Capuleti e i Montecchi a Brema, a Varsavia e poi a Stavanger in Norvegia.»

Questo Bellini è il segnale di un interesse di Vivica Genaux per un repertorio ottocentesco più maturo?

«A dire il vero, ho affrontato per la prima volta quest’opera di Bellini già nel 1999. Ho sempre fatto opere del repertorio belcantistico. Personalmente trovo che barocco e belcanto si sposino molto bene: lo stile è molto simile. In realtà non ho mai cambiato molto nelle mie scelte di repertorio.»

La Carmen è invece una novità: come mai questa scelta? Perché un mezzosoprano non può non farla?
«… soprattutto se il mezzosoprano ha i capelli neri! È un ruolo che hanno cominciato a offrirmi quando avevo 24 anni ma ho sempre rifiutato perché non ero pronta né psicologicamente né vocalmente. Poi è arrivata la possibilità di farla a Rouen e a Versailles nella versione opéra comique con i dialoghi recitati, proprio come avrei voluta farla, e per di più in Francia dove avrei avuto un “language coaching” con dei francesi. Nel complesso è stata una bella esperienza, però non sono rimasta completamente soddisfatta dalla mia prova vocale. Sta molto sul sol diesis e sulla “u”, che non era nella mia tecnica. Però mi è piaciuto molto recitare quel ruolo. Se ci fosse la possibilità di rifarla, magari in un teatro piccolo, mi piacerebbe molto riprendere quel ruolo.»


Vivica Genaux come Carmen Séguédille, Rouen 2012

A proposito del recitare, in una tua intervista in occasione della riproposizione della Veremonda di Cavalli al Festival Spoleto USA, tu hai insistito molto sull’importanza dei recitativi …

«È sicuramente vero per le opere di Cavalli ma anche per quelli del barocco più maturo, come per i libretti di Metastasio o per bellissimi recitativi accompagnati delle opere di Hasse, così belli che, si racconta, Farinelli li trasportasse anche in altre opere nelle quali si esibiva. La mia passione per i recitativi penso abbia due ragioni: una è la passione per il teatro, l’altra viene dalla mia insegnante, Claudia Pinza che, come il padre Ezio, li ama molto e ne non si stanca di sottolinearne l’importanza. Anche quando studiavo a Treviso con la grandissima Enza Ferrari, lei insisteva sempre sulla chiarezza della parola, la sua tensione e il suo colore. Questa idea mi piace moltissimo: dipingere con la parola.»

A proposito di Cavalli, fra qualche mese sarai a Strasburgo per La Calisto: qualche anticipazione?
«Ancora non ho cominciato a lavorarci. Per questo repertorio mi aiuta moltissimo un bravissimo cembalista di Padova, Roberto Loreggian. In queste opere del ’600 non si tratta solo di capire il significato delle parole, è soprattutto la struttura armonica ad avere un’importanza molto più elevata che nel Settecento. Con Roberto facciamo un lavoro molto accurato sul tessuto musicale, e soprattutto quello armonico, per mettere in evidenza certe elementi e accentuare certe frasi in funzione della linea musicale.»

Torniamo al Rossini degli esordi: una passione? La voce giusta? Oppure?
«Sicuramente la voce giusta, almeno per i ruoli che ho affrontato, le tre protagoniste buffe del Barbiere, Cenerentola e Italiana in Algeri ma anche i non pochi ruoli seri come l’Arsace della Semiramide, il Malcolm de La donna del lago, Bianca e Falliero, La gazza ladra e L’assedio di Corinto. In Rossini puoi “vagheggiare”, la voce spazia in due ottave e mezza, mentre nei ruoli da contralto di Händel, ad esempio, sei costretto sempre nella stessa ottava o in quelli di Mozart sei scomodo perché devi stare sempre nel passaggio sopra.»

A breve affronterai il Catone in Utica di Vivaldi, un autore molto presente nella tua carriera. Da dove nasce questo interesse?
«Con Vivaldi devi essere sempre pronto a sentire cose che già conosci e quindi ti senti già preparata anche quando affronti una nuova opera! (ride) Ma ha dei momenti stupendi. Quando ascolti il Catone in Utica senti pezzi che vengono da Tito Manlio, da Bajazet, anche se resta un’opera un po’ diversa, se non altro per il fatto di avere solo il secondo e terzo atto (e a Colonia non eseguiremo la ricostruzione del primo atto). Anche il ruolo di Emilia che affronterò in quest’opera è un po’ speciale. Emilia ha due arie “toste” – “Come invano il mare armato” e “Nella foresta” – ma nel complesso è un ruolo “rilassato”, cioè è un personaggio che cerca di creare problemi ma viene sempre tagliato fuori. Rispetto ai ruoli vivaldiani che affronto di solito, cioè personaggi che sanguinano, che provocano l’azione, Emilia invece rimane sempre un po’ per conto suo. È molto diversa dall’Irene del Bajazet, che nonostante abbia solo tre arie, è più intrinseca alla storia.»

Nelle tue interpretazioni vivaldiane, si ha l’impressione di una grande libertà …
«Se penso a Händel, che ho cantato moltissimo (soprattutto perché avevo l’impressione che ci fosse qualcosa che mi sfuggisse nella sua musica), come cantante devo restare sempre in controllo. Invece con Vivaldi vado, vado con lo spirito, vado con lo stomaco, vado con tutto. Mi lascio andare completamente.»


Vivica Genaux con Fabio Biondi prova “Qual guerriero in campo armato” (Vivaldi, Bajazet)

Salto temporale al contemporaneo: dalla tua biografia risulta solo The Conquistador di Myron Fink a San Diego nel 1997. Non ti piace la musica di oggi? «The Conquistador era un’opera enorme con 17 ruoli principali. Da studente a Pittsburgh ho cantato molta musica contemporanea. Confesso che con l’opera contemporanea ho un problema: devo essere convinta del soggetto e della scrittura vocale. Personalmente trovo che ci siano pochi compositori contemporanei che conoscano la macchina della voce: noi cantanti abbiamo delle “marce” che occorre saper usare. Io ho fatto tanta musica contemporanea da studente e in un coro. Era divertente e utile specialmente per la lettura a prima vista. Più tardi hanno cominciato a propormi delle opere, tutte molto tristi, molto dark. Per imparare a cantare quei ruoli devi conviverci per un anno per entrare in quel “mood” e mi servirebbe troppa tequila per impararli! Io voglio essere felice sulla scena. Soffrire per soffrire non mi piace. In generale però sono favorevole ai progetti nuovi e quindi se ci fosse un lavoro del quale mi innamorassi, di un personaggio che mi interessa, credo che lo farei senza problemi. Per ora questo progetto non l’ho visto.»

Vale anche per certe regie contemporanee?
«Fatta eccezione per gli Stati Uniti dove ancora prevale un gusto conservatore, anche per le opere del belcanto, belle, eleganti, sembra che l’unica idea nuova sia di presentarle nel sangue, nel fango, nella droga. Ma basta andare in una stazione ferroviaria, in una piazza per vedere quella roba. Vai in teatro per avere un’ispirazione, per essere elevati a un altro livello, per migliorarsi. Questo per me è il teatro: non deve essere necessariamente bello, ma deve essere fonte di ispirazione.»

Un progetto che ti sta particolarmente a cuore? «Veramente è già quello che sto facendo. Lo faccio da più di vent’anni e mi ritrovo a lavorare sempre di più con amici, con gente che stimo moltissimo. C’è comunque un sogno: come ha fatto Cecilia Bartoli con l’omaggio alla Malibran di qualche stagione fa, mi piacerebbe molto un giorno far riscoprire la musica di sua sorella, la grande Pauline Viardot.»

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