A casa di Paul Simon

Il nuovo disco Stranger to Stranger è un gioiellino, insieme sperimentale e familiare, da ascoltare senza fretta

Articolo
pop

Paul Simon
Stranger to Stranger
Concord Records


Qualora, nell’attesa di decidere se ascoltare o meno il nuovo disco di Paul Simon, voleste farvi un’idea dell’aria che tira in queste 11 tracce, andate sul canale YouTube del musicista americano e cercate "Wristband", primo singolo (si sarebbe detto una volta) estratto da Stranger to Stranger. Un sorriso spunterà automaticamente sulle vostre labbra e il disco deciderete di ascoltarlo eccome, vuoi per l’atmosfera informale e divertita che si respira nel video, vuoi per la melodia che subito t’acchiappa o per la piacevole sensazione di trovarsi a casa, per quella voce, così meravigliosamente sempre uguale a se stessa... (il video lo trovate anche qui sotto).



Ma è una casa – e questo è il bello – in cui non siete mai stati: infaticabile sperimentatore, esploratore e artigiano musicale, Paul Simon è riuscito per l’ennesima volta a fare qualcosa di diverso, di non autoreferenziale, di fresco e inedito, lui che, come e più di molti colleghi della sua età, potrebbe tranquillamente decidere di vivere di rendita, artisticamente ed economicamente, e nessuno potrebbe comunque accusarlo di niente.

Dall’avanguardia vintage di Harry Partch e i suoi strumenti dai nomi impronunciabili (usati in molte canzoni del disco) all’elettronica contemporanea del “nostro” Clap! Clap! (al secolo Cristiano Crisci, che ha collaborato a tre brani), dall’Africa (grande ed eterno amore del nostro) al Sudamerica al classico folk americano, Stranger to Stranger presenta una gamma di suoni, profumi e contaminazioni davvero sorprendente, soprattutto se si considera che stiamo parlando di un quasi settantacinquenne. Anche se, a sorprendersi saranno perlopiù i fan dell’ultim’ora o gli ascoltatori piuttosto distratti, visto che Paul Simon è da almeno trent’anni che, musicalmente parlando, non riesce a stare fermo.



E infatti "In a Parade" sembra venire direttamente dal Brasile di The Rhythm of the Saints, mentre "Cool Papa Bell" sa di Sudafrica e di Graceland. Ma trovare rimandi e somiglianze sarebbe esercizio facile e banale: meglio è farsi trasportare da queste canzoni senza tempo e senza confini, nessuna delle quali verrebbe forse inclusa in un ipotetico best of di Paul Simon (manca, per dire, una "You Can Call Me Al", una "Me and Julio Down by the Schoolyard", o anche solo una "Outrageous"), ma tutte piacevoli, intriganti, deliziose. D’altronde non è un caso se l’album sta riscontrando un grande successo di critica e pubblico, andando a piazzarsi tra i più venduti della lunghissima carriera del nostro (n. 3 negli Stati Uniti e addirittura n. 1 in Inghilterra: nessuno è mai riuscito in questa impresa in terra d’Albione, a 74 anni).

E non è un caso nemmeno se le vendite sono state, almeno nella prima settimana, quasi esclusivamente di natura fisica, su vinile o cd: si tratta di un lavoro da ascoltare senza fretta, dall’inizio alla fine, tanto che – con mossa adorabilmente rétro – il vecchio Paul ha persino inserito due "intermezzi" strumentali ("The Clock" e "In the Garden of Edie") per permettere all’ascoltatore di riprendere fiato tra una serie di brani e l’altra. Se questa non è dedizione...

Rari e preziosi come un Gronchi Rosa, i dischi di Paul Simon, e Stranger to Stranger non fa eccezione.

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