Canzone dura

Tornano i Bachi da Pietra con Necroide: di black metal e canzone d'autore

Articolo
pop

Bachi da Pietra
Necroide
La Tempesta / Tannen - Wallace

Qualcuno si è chiesto come prenderlo, questo sesto album dei Bachi da Pietra.
Bruno Dorella e Giovanni Succi sono sempre stati un duo anomalo, e negli ultimi anni sono diventati un gruppo di culto "sotterraneo" (termine che una volta tanto ha senso usare) sulla scena italiana, tanto fra gli amanti della musica dura quanto fra gli interessati agli sviluppi della canzone "d'autore".

"Un disco di black metal", se ne è detto. Il singolo che lo ha anticipato - "Black Metal il mio Folk" - ha reso molti interdetti per testo e sound. Del tutto accantonato quello stoner-blues lento e cupo che aveva caratterizzato i primi, bellissimi, dischi (e che in verità era già stato messo in dubbio dal quinto capitolo della discografia, Quintale) il gruppo ha scelto riff killer e batterie massiccie, e un modo di cantare più affine al primo genere evocato dal singolo: una rivendicazione di appartenenza e di estetica, insomma.

"Ma sono seri?" si è chiesto qualcuno, nel leggere titoli come "Apocalinsect", "Virus del male", "Danza macabra", o "Fascite necroide", con dedica a Jeff Hanneman, chitarrista degli Slayer morto della malattia eponima per il morso di un ragno (altro che taranta).

Ecco: se qualcuno se lo è chiesto, la domanda era sbagliata. Necroide (e i Bachi da Pietra) sono oltre il serio o il faceto. E comunque il disco funziona benissimo in entrambe le chiavi di lettura. Chi amava i Bachi prima versione (e chi scrive è fra questi) potrà essere forse un po' deluso, sulle prime. Ma rimane il fatto che, nella loro oscura nicchia scavata nella pietra, i Bachi rischiavano di restarci chiusi senza vie di fuga. È invece un piacere osservare un'idea musicale ben viva, che segue un suo sentiero coerente - per quanto perverso - senza finire con l'essere cover di se stessa.



E se si guarda alla sostanza, Necroide è suonato bene e scritto benissimo. Gli episodi migliori sono, ancora, quelli in cui Succi tira fuori la sua vena di narratore, capace di tratteggiare personaggi in due versi. "Virus del male", (necro)elogio di una band del suo passato, si inserisce in un filone di racconto di una provincia piemontese allucinata e cruda; filone che nei primi album aveva avuto episodi di gran livello, e che è sorprendentemente coerente con la sua prima prova solista, Lampi per macachi, disco di cover del quasi conterraneo Paolo Conte (e che la giuria del Tenco non ha neanche considerato fra i dischi di interpreti: che occasione sprecata). "Voodooviking" è una specie di versione distopica e allucinata dello Stevenson dei mari del sud (e pare quasi il seguito di "Haiti", fra gli episodi migliori del disco scorso).

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