Basinski, echi di David Bowie

L’astrattismo ambient diventa emotivo nel nuovo lavoro di William Basinski, che omaggia il cantante

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William Basinski A Shadow in Time Temporary Residence

A poco più di un anno dalla morte di Bowie, William Basinski – cinquantottenne compositore nativo del Texas, ma newyorkese d’adozione – rende omaggio al musicista consacrando alla sua figura una delle due composizioni del nuovo album A Shadow in Time. Creata in origine su commissione della galleria Volume di Los Angeles, dove fu presentata il 21 gennaio 2016 (con debutto italiano nemmeno tre mesi dopo al Superbudda di Torino), “For David Robert Jones” incapsula i sentimenti di devozione a Bowie di Basinski – il quale, ispirandosi a lui, in gioventù accantonò il clarinetto per imbracciare il sassofono, strumento suonato nel 1983 in veste di membro aggiunto dei Rockettes, incaricati di aprire uno show del Serious Monlight Tour di Bowie stesso a Hersheypark, in Pennsylvania (mentre negli anni Novanta ha guidato una band sperimentale chiamata Life On Mars, dal classico brano di Hunky Dory).

All’ascolto, il riferimento allo scomparso sembra rimandi agli episodi strumentali di Low (“Subterraneans”, “Warszawa”) o Lodger (“Neuköln”), primi capitoli della trilogia berlinese realizzata da Bowie in compagnia di Brian Eno. E alle intuizioni ambient di quest’ultimo, in particolare Discreet Music, rimandavano i passi iniziali della carriera di Basinski, che evolvendo in seguito il suo linguaggio espressivo si è collocato nell’area esplorata da architetti di soundscapes elettronici quali Tim Hecker e Oneohtrix Point Never.

A dargli una certa notorietà, al principio del decennio scorso, furono i quattro volumi della serie Disintegration Loops: vuoi per la stravaganza delle fonti (vecchie registrazioni su nastri magnetici in fase di deterioramento) vuoi per la coincidenza cronologica con la tragedia delle Torri Gemelle (tale da giustificarne poi l’inclusione nel National September 11 Memorial & Museum). Proprio al modello coniato allora si rifà “For David Robert Jones”: una ventina di minuti di sonorità amniotiche attraversate da echi lontani di melodie dimenticate (come il ricorrente timbro dissonante di quello che potrebbe essere un sassofono), su lunghezze d’onda affini alla musica della memoria di Leyland Kirby/The Caretaker.

Ha consistenza differente l’altra metà dell’opera, da cui prende titolo: qui è un sintetizzatore più che vintage a fornire la materia prima, evocando sensazioni cosmiche da odissea nello spazio sublimate in coda nel riverbero remoto di un pianoforte. Ammirevole esercizio d’arte astratta vivificato da un sincero slancio emotivo, A Shadow in Time è avant-garde dal volto umano.

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