Avalanches, musica a mosaico

Tornano a 16 anni dal precedente disco i campioni del campionamento australiani

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pop

The Avalanches
Wildflower
XL

Missione impossibile: replicare la perfezione dell’opera precedente, Since I Left You, mosaico sonoro ottenuto combinando circa 3500 (!) campionamenti. Storia di 16 anni fa, cui finora non era stato dato seguito. La latitanza della formazione australiana aveva assunto frattanto contorni quasi leggendari, tra occasionali avvistamenti sul web e illazioni d’ogni genere. Finché, il 20 gennaio, un flyer abusivo recante il programma del Primavera Sound di Barcellona riportava in lista il nome dei fantomatici Society Fun Lie, che gli enigmisti decifrarono al volo come anagramma di Since I Left You, appunto.

E così è andata: la notte di venerdì 3 giugno due di loro – Robbie Chater e Tony Di Blasi – si sono esibiti in un DJ set durante il festival catalano. Era l’antipasto del sospiratissimo disco nuovo, del quale si vociferava da un decennio. Molte cose sono accadute nel frattempo, tali da giustificare un ritardo altrimenti inspiegabile: divergenze artistiche in seno al gruppo, tanto profonde da causare una diaspora (tra i fuoriusciti, il fondatore – con Chater – Darren Seltmann), lungaggini amministrative per la concessione di alcune liberatorie sui tasselli di canzoni altrui impiegati nella composizione del collage (tra quelle facilmente individuabili: “Come Together” dei Beatles, “Warm Ride” dei Bee Gees, il sempreverde di Rodgers & Hammerstein “My Favorite Things”) e qualche contrarietà di ordine personale, oltre alla proverbiale pignoleria nel processo di fabbricazione.

Risultato? Un lavoro egregio. Unico problema: il fatale confronto con l’inarrivabile predecessore. Rispetto a quest’ultimo, la novità è rappresentata dagli ospiti in carne e ossa al microfono: della più varia specie. Rapper anzitutto, essendo la modalità produttiva degli Avalanches mutuata dal taglia-e-cuci dell’hip hop originario (interpretata però con attitudine freak, tipo primissimi De La Soul): dal fenomeno contemporaneo Danny Brown, che duetta a ritmo di calypso insieme a MF Doom in “Frankie Sinatra”, al veterano Biz Markie, impegnato nel surreale “The Noisy Eater” (dall’omonimo sketch a 45 giri di Jerry Lewis che ne costituisce il pretesto), e ai newyorkesi Camp Lo, in azione sul groove solare e orchestrale di “Because I’m Me”.



Ma anche esponenti della scena rock indipendente: l’iconica Jennifer Herrema nel pop – come dire – avant-vintage di “Stepkids”, Jonathan Donahue dei Mercury Rev dentro il contesto appropriatamente psichedelico di “Colours”, Father John Misty all’epilogo, garbato e ingegnoso in “Saturday Night Inside Out”, Ariel Pink incastonato nell’architettura visionaria di “Live a Lifetime Love” e Toro Y Moi alle prese con l’atmosfera diafana e sognante di “I Was a Folkstar”. E l’esito non è meno avvincente quando le voci sono rapite invece da oscuri brani del passato: ascoltando “Sunshine”, si ha la sensazione d’intercettare i Beach Boys nell’iperspazio. Totale: un’ora di flusso musicale ininterrotto. Geniale, ovviamente, ma senza l’effetto sorpresa della volta scorsa.

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