Agnes Obel, canzoni sotto vetro

Il terzo lavoro della cantautrice danese è un elusivo e raffinato disco da camera

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pop

Agnes Obel
Citizen of Glass
PIAS

“Cittadino di vetro”. Così sarebbe ognuno di noi nell’era dei social media e della tracciabilità digitale: esposto cioè – spesso volontariamente – in trasparenza agli sguardi altrui. Riflette su questo aspetto della contemporaneità – e in modo non catastrofista – la trentaseienne artista danese, da un decennio residente però a Berlino. Cantautrice dal profilo “cameristico”, premiato – soprattutto in Nord Europa – dal successo dei due lavori precedenti, Agnes Obel osa questa volta molto più di quanto abbia fatto in passato, quando affidava gran parte della propria espressività a vocalizzi limpidi e arrangiamenti sobri. La pasta del suono è densa e assai complessa, frutto dell’impiego di strumenti desueti: vibrafono, spinetta, celesta, piano luthéal, clavicembalo e arpicordo rinascimentale, oltre al bizzarro antenato del sintetizzatore chiamato trautonium. La voce invece è trattata per mezzo di echi e altri effetti, tanto da risultare in alcuni momenti trasfigurata: valga ad esempio “Familiar”, dove Obel sembra duettare con una versione maschile di se stessa.

A dispetto di apparenze rassicuranti, essendo le dieci canzoni quiete e garbate nei toni, l’effetto d’insieme provoca dunque – a un ascolto non distratto – un certo quale turbamento. “It’s Happening Again” è una ballata dal portamento elusivo, in ugual misura seducente e inquietante, e rappresenta l’apice dell’opera al pari di “Trojan Horses”, la cui leggiadria spettrale evoca atmosfere da fiaba gotica, mentre nell’iniziale “Stretch Your Eyes” la tensione degli archi ricorda le partiture di Bernard Herrmann per i film di Hitchcock e nello strumentale “Grasshopper” l’uso percussivo del pianoforte è almeno altrettanto drammatico. Citizen of Glass merita perciò attenzione: in caso contrario non se ne potrebbero apprezzare le innumerevoli e preziose sfumature, e in definitiva neppure il senso.

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