Acqua alta alla Fenice

L’alluvione a Venezia di cinquant’anni fa diventa un’opera: “Aquagranda” di Filippo Perocco e Roberto Bianchin apre la nuova stagione del teatro lirico veneziano

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Sono ancora in molti a Venezia a ricordare quel drammatico 4 novembre di cinquant’anni fa, quando il Mare Adriatico entrò nella laguna e la città rimase sotto quasi un metro d’acqua per oltre un giorno intero. Se lo ricorda anche Roberto Bianchin, scrittore e giornalista (a lungo corrispondente de "La Repubblica” nella città lagunare), che a quegli eventi ha dedicato vent’anni fa un libro: «Il mio libro Aqua granda nasceva vent’anni fa, nel 1996, in occasione del trentennale dell’alluvione. A parte il libro di Giulio Obici Venezia: fino a quando?, un allarme sui destini della città, mancava una cronaca, un racconto, un “romanzo dell’alluvione”, come l’ho definito nel sottotitolo, ma che di romanzo ha solo l’appiglio di scrittura. In realtà si tratta di un racconto basato sulle cronache del tempo, sulle testimonianze di chi l’alluvione l’ha vissuta, ma anche sui miei ricordi, perché io l’alluvione l’ho vista, l’ho vissuta. Avevo 17 anni e ne conservo ancora un ricordo anche visivo molto vivo». Per volontà del Teatro La Fenice, quella cronaca di Roberto Bianchin è diventata un’opera, Aquagranda, che avrà la musica di Filippo Perocco e un libretto scritto dallo stesso Bianchin in collaborazione con il poeta Luigi Cerantola.

Centro del racconto di Bianchin è l’isola di Pellestrina, una lunga e sottile lingua di terra che divide il mare Adriatico dalla laguna di Venezia. Protagonisti i pescatori dell’abitato di San Pietro in Volta e in particolare la famiglia del venticinquenne Ernesto Ballarin, sposato e padre di due figlie, che sogna di andarsene da quella piccola isola per cercare fortuna altrove. Sui destini individuali incombe la tragedia, che i vecchi pescatori avvertono dagli strani e minacciosi segnali che invia la natura: il cielo è plumbeo e la marea continua a salire. Mentre la radio annuncia che tutta l’Europa è flagellata da tempeste e inondazioni, la marea non dà segno di recedere e l’inquietudine nel villaggio è altissima durante la notte. E irrompe la tragedia: con un boato cedono i murazzi che difendono l’isola da oltre due secoli e il mare si impadronisce della laguna. «L’Isola di Pellestrina è stato il primo baluardo dell’alluvione, il primo punto di crisi, il luogo dove 7000 abitanti hanno realmente rischiato di morire perché, se l’onda di marea è arrivata lenta su Venezia centro storico, lì è stato davvero uno tsunami: onde alte 20 metri, mare forza 8 e raffiche di vento di scirocco a 130 chilometri all’ora. I “murazzi”, le dighe a protezione della laguna costruite due secoli prima, si rompono in un punto prima e in tre altri punti più tardi nel corso della mattinata e l’isola viene completamente allagata» racconta Bianchin. Solo i tetti delle case emergono dall’acqua e gli abitanti si salvano per miracolo prima di essere evacuati da navi e motonavi della Marina Militare. Infine quasi impercettibile, lo scirocco si è calmato e la marea non sale più. L’“aquagranda” è passata come il pericolo che porta. Il mare torna lentamente dentro i suoi confini e la gente torna alle proprie case devastate.

Non è la prima volta che il testo di Bianchin trova una realizzazione teatrale: è di dieci anni la lettura scenica che ne fece Roberto Citran con la regia di Ketty Grunchi e le musiche di Rachele Colombo, premiata anche al Bassano Opera Festival. Risale a tre anni fa invece l’idea di trasformare Aquagranda in un’opera: «in previsione del cinquantenario dell’alluvione, il sovrintendente della Fenice Cristiano Chiarot si ricordò di questo mio libro e mi offrì di scrivere il libretto. – racconta ancora Bianchin – L’idea mi piacque e, sebbene non abbia mai scritto un libretto d’opera, ho accettato molto volentieri. Mi sono messo al lavoro realizzando una prima stesura del libretto, cui ne sono seguite diverse altre nate con il contributo di Cerantola, che mi ha aiutato a versificare il testo, ma anche del regista Michieletto e del direttore artistico della Fenice Fortunato Ortombrina.» Il passaggio a libretto, tuttavia, ha imposto un lavoro più radicale sul testo, introducendo dialoghi (nel testo limitati a qualche battuta) e dando rilievo ad alcuni personaggi, come ci racconta lo stesso Bianchin: «La chiave narrativa è totalmente diversa: nell’opera non ritroviamo la voce narrante del libro, ma sette personaggi che dialogano, raccontano e si raccontano e vivono la tragedia che li travolge. L’ambientazione a Pellestrina è rimasta identica, così come il protagonista Ernesto Ballarin, che all’epoca dell’alluvione aveva venticinque anni (e, caso abbastanza singolare nel teatro lirico, si guarderà comodamente seduto in platea). Personaggi che nel libro hanno un ruolo minore acquistano maggiore spessore nell’opera, come Lilli e Fortunato, rispettivamente moglie e padre di Ernesto, e altri abitanti del villaggio, fra cui Cester, il maresciallo dei Carabinieri della stazione di Pellestrina, che tenne anche un diario su quegli eventi.»

L’altra novità è la presenza corposa del coro, “la voce della laguna” nelle intenzioni degli autori. «Il coro compare nel prologo, nella terza scena, nella sesta, nella nona, nella dodicesima e nel finale: è la voce della laguna. È una presenza più astratta rispetto agli altri personaggi che commenta gli eventi in maniera immateriale e quasi evanescente, tranne nella sesta scena, quella dell’alluvione, nella quale il tono è irruento» spiega il compositore Filippo Perocco, alla prima opera di grandi dimensioni dopo un paio di lavori di teatro musicale di scala più ridotta composti per la Biennale Musica nel 2011 (in collaborazione con Musik der Jahrhunderte di Stoccarda e Musicadhoy di Madrid) e il Taschenoperfestival a Salisburgo nel 2013. «In questi due lavori il testo era “congelato” e rarefatto, non narrativo, mentre Aquagranda ha una storia, la storia quotidiana di una famiglia di pescatori e di altri personaggi di Pellestrina.» Sebbene l’acqua sia presentissima già dal titolo, Perocco esclude qualsiasi forma di imitazione nella sua musica (“La musica non è né imitativa né descrittiva”) anche se tracce di acqua ma anche di vento si ritroveranno nella sua partitura: «Si tratta più di impressioni che si dissolvono subito, come “interruttori” che fanno scaturire un’idea di suono. Nella mia musica non c’è mai l’idea di descrivere. Anche la tragedia non è descritta; ho cercato piuttosto di far trapelare emozioni, sensazioni.» Allo stesso modo, ogni riferimento musicale all’ambiente lagunare o alle sue tradizioni musicali, benché non del tutto assente, è trattato da Perocco in maniera originale e in linea con la sua cifra estetica: «Per entrare in contatto con il soggetto dell’opera, con Pellestrina e con quel tipo di emozioni e ricordi, ho cominciato a fare una ricerca sui canti lagunari, non tanto per citarli apertamente come elemento folcloristico, ma per afferrare l’aspetto più vero, più primitivo, più reale della laguna. – chiarisce il compositore – Nell’archivio della Società di Mutuo Soccorso Ernesto de Martino di Venezia ho ritrovato una registrazione degli anni ’60 di Luisa Ronchini del canto dei battipali, cioè dei piantatori di “bricole” in laguna. È un canto molto elementare, molto semplice ma molto pregnante allo stesso tempo. Inoltre, ho anche utilizzato un madrigale monteverdiano “Ora tranquillo è il mare” con un testo completamente diverso “Acque, atroci acque”. Di questa musica faccio una citazione velata o piuttosto “deteriorata”. È una mia caratteristica: lavorare sul detrito, sullo scarto. Non voglio palesare le cose in maniera evidente, ma cerco piuttosto di esaltare l’elemento di ruvidezza, di tensione che è nella musica originaria.»

Dopo un percorso che è iniziato il 4 ottobre e si è articolato in diversi incontri con protagonisti dei fatti del 1966 e dopo la prova generale del 2 novembre riservata agli abitanti dell’Isola di Pellegrina, Acquagranda vedrà la luce proprio il 4 novembre in un allestimento curato da Damiano Michieletto con le scene di Paolo Fantin, i costumi di Carla Teti e il disegno luci di Alessandro Carletti. Per le nove recite in programma saranno due i cast ad alternarsi sulla scena della Fenice; nei ruoli principali: Mirko Guadagnini e Paolo Antognetti (Ernesto), Andrea Mastroni e Francesco Milanese (Fortunato, il padre di Ernesto), Giulia Bolcato e Livia Rado (Lilli, la moglie di Ernesto), Marcello Nardis e Christian Collia (Cester). Orchestra e coro del Teatro La Fenice saranno diretti da Marco Angius. Fra le altre attività organizzate in concomitanza con lo spettacolo, una mostra allestita delle prime pagine del “Gazzettino” di quei giorni visitabile nel Foyer e nelle Sale Apollinee della Fenice per tutto il mese di novembre e un “social contest” per raccogliere le testimonianze di chi visse l’alluvione in prima persona (#lafeniceaquagranda).

Come per la musica, anche la scena di Fantin eviterà ogni connotazione folcloristica o localistica: c’è il desiderio di fare di Aquagranda una parabola che vada al di là della cronaca del 4 novembre 1966? «Come questa mia storia viene raccontata è frutto della scelta di regista, scenografo, costumista e ovviamente del compositore. È vero comunque il dato astratto sia nelle scelte musicali che in quelle scenografiche, che raccontano la mia storia con una cifra molto contemporanea» secondo Bianchin. «Per quanto riguarda il mio lavoro di librettista, francamente non c’è alcun tentativo di andare al di là degli eventi e men che meno di entrare in discussioni politiche: io racconto una storia di cinquanta anni fa che in qualche modo poteva cambiare la vita della città e in qualche modo molto l’ha cambiata. Non c’è una parola sui cinquant’anni successivi né l’opera entra in alcun modo in quello che è successo dopo. È una fotografia delle 26 ore dell’alluvione e l’opera finisce quando il mare si ritira.» E certamente, la scelta di affidare l’opera a un giovane compositore e a un giovane team creativo che quegli eventi non li ha vissuti in prima persona dimostra piuttosto da parte della Fenice l’intenzione di puntare sulla dimensione artistica e, per una volta, di mettere da parte le polemiche su temi come l’acqua alta e la salvaguardia della città, che da cinquant’anni continuano ad essere fonte di accese discussioni nella vita veneziana.

In apertura: un’immagine della scena di Paolo Fantin per Aqua granda

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