Approfondimenti

Kaitlyn Aurelia Smith, umanesimo elettronico

L’ambizioso album nuovo della statunitense Kaitlyn Aurelia Smith, fra suoni sintetici e sensibilità organica

Kaitlyn Aurelia Smith
The Kid
Western Vinyl

Un’opera a soggetto, ambiziosa nella concezione: il proposito è infatti di raccontare il percorso esistenziale di un essere umano dalla nascita alla morte. A ciò aspira il sesto lavoro della trentenne artista statunitense, formatasi nel contesto accademico del Berklee College of Music di Boston e in seguito al Conservatorio di San Francisco. A indirizzarne il cammino, però, è stato l’incontro rivelatorio con il sintetizzatore analogico Buchla Music Easel: tuttora fonte principale della sua produzione.

Già dal precedente (e acclamato) EARS (ne abbiamo parlato qui), Kaitlyn Aurelia Smith aveva scelto di avvalersi anche di strumenti “tradizionali”, in questa occasione affidati ai solisti del collettivo berlinese Stargaze, oltre a esporsi maggiormente in voce. Ed è appunto la combinazione fra sonorità sintetiche e “organiche” a definirne la cifra stilistica, così come la dialettica fra una chiave espressiva in qualche modo “pop” (vengono in mente i migliori Animal Collective, oppure un’altra cantautrice sui generis quale Julia Holter, se non addirittura Björk o una versione folk di Laurie Anderson) e un’attitudine evidentemente “colta”, esibita ad esempio lo scorso anno duettando con l’antesignana del suono elettronico d’oltreoceano Suzanne Ciani in Sunergy (disco incluso nella serie FRKWYS dell’indipendente newyorkese RVNG Intl.: ne abbiamo parlato qui) e ribadita di recente citando le ascendenze di Steve Reich, Arvo Pärt e Laraaji.

The Kid non è affatto un album di facile ascolto, ma una volta presa dimestichezza con la sua peculiare musicalità si finisce per rimanerne incantati. Accade perché ha in sé qualcosa di fiabesco, tanto nelle suggestioni bucoliche evocate dal ricorrente cinguettio di volatili esotici (in “Until I Remember” e “Who I Am and Why I Am Where I Am”) quanto nelle atmosfere sognanti che lo pervadono (fin dall’iniziale “I Am a Thought”). E a tratti sa diventare irresistibile, impiegando sapientemente il campionario di trucchi del minimalismo (“I Am Learning”), mostrandosi al tempo stesso naif e sexy (“To Follow and Lead”), sfruttando in maniera garbata la dimensione orchestrale (“I Am Curious, I Care”) e affrontando l’epilogo con sensibilità squisita (“To Feel Your Best”).

Là si chiude il cerchio del tracciato narrativo, nel segno della saggia consapevolezza di una creatura divenuta anziana, dopo essere stata in principio tenera e ingenua (“An Intention”).




Alberto Campo




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