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Maledizione! Il disco nuovo di Kendrick Lamar

L’hip hop ai tempi di Trump nel nuovo, importante disco di Kendrick Lamar

Kendrick Lamar
DAMN.
Top Dawg

Cominciamo dalla fine. In “Duckworth” ascoltiamo la voce del protagonista raccontare che «se Anthony avesse ucciso Duckie, Top Dawg avrebbe beccato l’ergastolo, mentre io sarei cresciuto senza padre e poi morto in una sparatoria». Non è fiction. Roba vera. Da ragazzino, Anthony Tiffith – futuro patron di discografico di Kendrick Lamar – rapinò il Kentucky Fried Chicken in cui lavorava il signor Duckworth, risparmiandogli però la vita. Parabola istruttiva a proposito del milieu di provenienza del produttore e rapper di Compton: figura chiave nell’hip hop contemporaneo, celebrato da Barack Obama ed esecrato dall’opinionista di Fox News Geraldo Rivera.

«Negli ultimi anni l’hip hop ha fatto più danni del razzismo ai giovani afroamericani», aveva affermato quest’ultimo nel luglio del 2015, commentando l’apparizione di Lamar ai BET Awards (intervento campionato nei due brani iniziali di DAMN.). Erano i giorni di To Pimp a Butterly, l’album che ne sancì definitivamente lo status. Intitolato con un’imprecazione, il nuovo lavoro sposta l’asse sul piano musicale rispetto ad allora, riecheggiando semmai l’atmosfera della successiva raccolta di strumentali untitled unmastered: accantonata l’attitudine jazz (per quanto facciano capolino anche qui i partner principali di quell’occasione, ossia Thundercat e Kamasi Washington), l’impronta sonora sembra riferirsi piuttosto al soul psichedelico dei primi anni Settanta, fra Isley Brothers e Curtis Mayfield.

È tuttavia il tessuto narrativo a fare la differenza, alternando al registro autobiografico (ad esempio in “Feel” o nell’imponente “Fear”, dove nell’arco di quasi sette minuti esamina se stesso in età differenti: bimbo, adolescente e adulto) riflessioni articolate e niente affatto condiscendenti sulla propria comunità (in “Dna”: «Conosco il delitto, la condanna, le rivoltelle, gli scippatori, i topi d’appartamento, i fenomeni, la morte e la redenzione», per concludere con “«sesso, denaro, omicidio: il nostro Dna»). I titoli dei singoli episodi, lapidari come sono, definiscono lo spirito di DAMN.: Sangue, Lealtà, Fierezza, Lussuria, Amore, Dio. E si dichiara addirittura “schivo” ("Humble") nel pezzo chiamato a trainare il disco: uno schiacciasassi da vecchia scuola hardcore.

Persino la risonanza di alcuni ospiti, da Rihanna, con la quale duetta in “Loyalty”, a – strano a dirsi – gli U2, nell’epica “XXX”, finisce per essere attutita dall’entità della messinscena: un affresco degli States appena entrati nell’era Trump (il cui profilo minaccioso trapela ovviamente qui e là nel corso dell’opera). Non ancora trentenne, Kendrick Lamar Duckworth ha già statura da gigante nel panorama della cultura afroamericana: chi altri, del resto, è in grado di produrre oggigiorno musica così massiccia, ingegnosa e significativa?




Alberto Campo




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